Comune di Ferrara

Istituto Comprensivo Giorgio Perlasca

Istituto

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Scuola

Secondaria di I Grado T. Bonati

La banalità del bene

La classe 2^G ha riflettuto sulle imprese di Giorgio Perlasca ad un anno dall' intitolazione della scuola.
In modo particolare sono stati analizzati alcuni capitoli del libro di Deaglio " La banalità del bene".
Vi presentiamo i lavori prodotti:


CAPITOLO 2: LA MEMORIA È DONNA
Nel 1988 G. Perlasca riceve una visita da un gruppo di donne, esse volevan  che il suo nome fosse ricordato. La dottoressa E. Blittstein Willinger, racconta che una contessa ungherese di nome Irene conobbe di persona G. Perlasca. Ella disse che a casa aveva conservato dei vecchi documenti i quali ci hanno aiutato a scoprire la storia di Perlasca.
Quando Irene raccontò la storia a Eveline,la quale si interessò molto,si chiese com'era possibile che una persona del genere viva da qualche parte in Italia. La dottoressa creò un gruppo formato da 36 persone:ammiratori di G. Perlasca.
Cercarono tutte quelle persone che ebbero avuto l'occasione di conoscerlo tra il 1944-45.
I signori Làng scrissero una lettera a G. Perlasca dicendogli che: il 4 Settembre alle 15.00 sarebbero stati a casa sua e prima di partire prepararono una valigrtta di doni per lui.
Nel 1944 Èva K. si sposò con Pàl L. perchè il governo ungherese diceva:”Il marito che parte per il lavoro obbligatorio esenta la moglie dallo stesso obbligo”. Quando si sposarono ci furono altri 500 matrimoni; in un primo momento le SS tedesche portarono Pàl e il fratello di Èva a lavorare come schiavi, dopodichè vennero trasferiti a Mauthausen.
Èva e il padre finirono per pulire le strade con una tuta grigia con cucita una stella gialla.Il 5 Aprile l'ordine venne diramato; il 20 Aprile dissero che la stella doveva essere portata su ambedue i risvolti; il 27 Aprile che essa non poteva essere coperta in nessun caso.
Èva sapeva che la legazione spagnola consegnava lettere di protezione, andò all'ambasciata e consegnò una foto di tutta la famiglia, uscì da lì con in tasca la lettera di protezione. Un giorno le SS trascinarono fuori con forza la famiglia da casa, a Èva diede fastidio che i cristiani stettero dietro le finestre a vedere e che non abbassarono le tende in segno di rispetto. La madre consegnò una lettera con scritti i loro nomi ad uno sconosciuto da portare all'ambasciata spagnola , dopodichè Perlasca arrivò al campo e lesse i loro nomi, essi alzarono la mano, Perlasca disse che erano sotto la protezione spagnola e la guardie li lasciarono andare. Il palazzo di Santo Stefano, affacciato sul Danubio, era di sei piani ed era il luogo in cui la famiglia Làng visse insieme ad altre mille persone. Ogni giorno vedevano migliaia di persone morire spinte nel fiume. Èva ebbe notizia, a fine Novembre, che suo marito e suo fratello erano stati deportati, ma che erano ancora vivi. Nella casa dove vivevano si parlava di un uomo alto, biondo, di cui ancora non si sapeva il nome, però lo consideravano un eroe. Il pulman del “Sindacato della sanità” sbarcò a Padova; Pàl si avvicinò ad un taxi e chiese di portarli via il viaggio durò circa 10 minuti. Il taxi li portò a casa di Perlasca con due ore di anticipo, si sedettero su una panchina e aspettarono; l' italiano di Pàl si dimostrò utile, anche se Perlasca parlava un po di ungherese.
Aquilina Giorgia , Pincelli Chiara classe 2^G
Pagina aggiornata il 21-09-2016